Europa smarrita: dal sogno di unità alla crisi della democrazia

L’Europa, nata per unire e garantire pace, si è trasformata in un sistema centralizzato che limita la democrazia. Le decisioni, prese da organismi non eletti come la Commissione Europea, riducono il potere dei parlamenti nazionali.

L’idea di un’Europa unita nacque con grandi promesse: garantire pace, prosperità e un destino comune ai popoli del continente. Non doveva cancellare le differenze, ma proteggerle in un quadro di collaborazione. A distanza di decenni, il risultato è ben diverso: al posto della cooperazione, domina un sistema che ha tolto alle nazioni il potere reale, affidandolo a organismi lontani, opachi e sostanzialmente irresponsabili di fronte ai cittadini.

Oggi la democrazia europea è ridotta a un’apparenza. Le scelte più importanti non nascono nei parlamenti nazionali, ma nelle commissioni e nei consigli che non rispondono al voto popolare. Si permette ai cittadini di votare esecutori, non decisori. Questo è il cuore del problema: un’Unione nata per rafforzare le libertà ha finito per limitarle, trasformando l’Europa in una struttura dove il potere politico è sottratto al controllo democratico. Nell’attuale struttura dell’Unione Europea, le decisioni fondamentali – normative, strategiche, ideologiche – non vengono prese dai governi nazionali, ma da organismi sovranazionali come la Commissione Europea e il Consiglio dell’UE, composti in parte da figure non elette direttamente dai cittadini. I governi nazionali – che sono invece eletti dal popolo – si ritrovano spesso a dover applicare decisioni già prese altrove, oppure a dover operare entro limiti vincolanti imposti da Bruxelles.

In questa architettura, il peso della Germania è evidente. Berlino non solo influenza, ma condiziona le principali linee strategiche dell’Unione, imponendo una visione che favorisce i propri interessi e che viene presentata come “europea”. Figure come Ursula von der Leyen rappresentano bene questa logica: non eletta dai popoli, eppure tra le persone più influenti d’Europa. Questo non è un incidente di percorso, ma il risultato di un meccanismo pensato per centralizzare il potere, riducendo la voce delle nazioni e, con essa, quella dei cittadini.

A questa impostazione politica si aggiunge un’agenda ideologica che incide sulla vita economica e sociale. Emblematico è il caso delle politiche ambientali, imposte come se fossero verità indiscutibili. Presentate come necessarie per salvare il pianeta, in realtà finiscono per danneggiare l’economia europea, colpendo settori strategici e aumentando la dipendenza da Paesi esterni. La sostenibilità, da valore condivisibile, è diventata un pretesto per introdurre norme che soffocano la produzione, con conseguenze pesanti su competitività e occupazione.

Il risultato complessivo è un’Europa più fragile e meno libera: incapace di difendere i propri interessi, dipendente per l’energia, la tecnologia e la sicurezza. Non era questo il progetto originario. Un’Unione che concentra potere nelle mani di pochi, che sostituisce la politica con la burocrazia e che utilizza grandi cause per imporre uniformità, non costruisce unità: la distrugge. Ritrovare la sovranità non è un atto di chiusura, ma una condizione per ridare senso alla parola democrazia in Europa.

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Sal
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