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L’euro, nato come simbolo di unità e stabilità, si è rivelato, per molti Paesi dell’Europa del Sud, una gabbia monetaria che ha amplificato gli squilibri economici invece di ridurli. Se oggi la Germania vanta un surplus patrimoniale netto vicino ai 3.000 miliardi di euro, non è solo grazie alla sua efficienza industriale, ma grazie soprattutto ad un sistema monetario che le ha garantito un vantaggio competitivo costante.
1. L’euro ha congelato i rapporti di cambio a vantaggio della Germania
Prima del 1999, i cambi tra valute europee si aggiustavano continuamente:
- Se la Germania esportava troppo, il marco si rivalutava, rendendo i suoi prodotti più cari e riequilibrando i mercati.
- Paesi come l’Italia, con minore produttività, potevano svalutare la lira, mantenendo competitive le proprie esportazioni.
Con l’euro, questo meccanismo di aggiustamento naturale è stato cancellato. Il cambio fisso ha cristallizzato un vantaggio competitivo per la Germania.
Economisti come Bagnai hanno più volte dimostrato che il surplus commerciale tedesco (oltre 250 miliardi l’anno in media negli ultimi anni) è una conseguenza diretta dell’impossibilità per altri Paesi di svalutare.
2. I famosi 3.000 miliardi di attivi
Il dato riportato dei 3.000 miliardi di surplus è sostanzialmente corretto:
- Secondo la Bundesbank, la posizione patrimoniale netta verso l’estero della Germania è oggi vicina a quella cifra.
- Questo surplus accumulato è stato costruito anche a spese di Paesi come Italia, Spagna e Francia, che non possono più competere sul piano del cambio.
Bagnai e Borghi sottolineano spesso che l’euro è stato una sorta di “svalutazione permanente” della Germania, perché ha mantenuto la moneta tedesca artificialmente debole rispetto a ciò che sarebbe stato il marco.
3. Le economie del Sud Europa penalizzate
- L’Italia, che negli anni ’80-’90 recuperava competitività con svalutazioni della lira, si è trovata intrappolata in una moneta troppo “forte” per la sua economia.
- Non potendo più svalutare, il Paese ha dovuto ricorrere alla “svalutazione interna”: tagli ai salari, precarizzazione del lavoro e riduzione della domanda interna.
- Questo spiega il ristagno economico italiano degli ultimi vent’anni, mentre la Germania ha prosperato.
4. I dazi USA e la concorrenza globale
L’ultimo accordo tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi (28-7-25) dimostra ancora una volta l’asimmetria del sistema:
- L’Italia, che ha già sacrificato la propria competitività interna per l’euro, subisce ora dazi che colpiscono tutta l’Europa senza distinzione.
- La Germania, forte del suo surplus, è l’unica in grado di assorbire il colpo senza danni gravi.
Questo accordo, salutato a Bruxelles come un “successo diplomatico”, è nei fatti un’altra prova che la Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, non riesce a proteggere equamente tutti i Paesi membri.
Vediamo un breve approfondimento sulla questione dei dazi: cosa e’ praticamente successo nel mondo negli ultimi, diciamo, 25 anni?
La globalizzazione ha preso il sopravvento negli scambi commerciali tra le economie mondiali: un mondo senza confini e barriere, che in 25 anni di globalizzazione sfrenata ha portato stagnazione economica, povertà crescente per i lavoratori e mancanza di prospettive per i giovani, costretti a emigrare all’estero. Il libero commercio senza limiti non ha portato benefici equi a tutti i paesi: l’apertura dei mercati ha favorito soprattutto i paesi con manodopera a basso costo (come la Cina), mentre l’industria europea e americana hanno perso competitività e posti di lavoro. La globalizzazione ha portato alla delocalizzazione delle fabbriche e dei centri di produzione verso paesi dove il costo del lavoro è minore. I lavoratori nei paesi sviluppati hanno perso stabilità e potere d’acquisto, con salari stagnanti o in calo, e l’eccessiva competizione con prodotti a basso costo ha anche ridotto la forza contrattuale dei lavoratori stessi. Di conseguenza, i redditi medi non sono aumentati, e molte persone hanno percepito un impoverimento reale.
Tre grandi attori che hanno contribuito a creare squilibri economici mondiali:
- Stati Uniti – Hanno acquistato enormi quantità di prodotti dall’estero senza bilanciare con esportazioni equivalenti, creando un deficit commerciale insostenibile.
- Cina – Ha conquistato i mercati internazionali con prodotti a basso costo, erodendo le industrie occidentali.
- Germania – Grazie all’euro (più debole del marco), esporta con prezzi competitivi, accumulando surplus a spese di altri paesi UE, come l’Italia, che non beneficiano dello stesso vantaggio.
Gli Americani adesso hanno deciso di mettere un freno a questa situazione di squilibrio, da cui il problema dei dazi recente.
5. L’euro come progetto sbagliato e favorevole ai più forti
L’euro non è solo incompleto: è stato progettato male, ignorando volutamente le profonde differenze tra le economie europee.
- In mancanza di un’unione politica e fiscale, la moneta unica si è trasformata in uno strumento di dominio economico per i Paesi più forti, con la Germania in testa.
- Le regole dell’eurozona, costruite a Bruxelles con il benestare della Commissione, hanno blindato i vantaggi tedeschi, mentre Paesi come l’Italia sono stati costretti a inseguire con politiche di austerità e sacrifici senza fine.
- Questo sistema non è un errore tecnico: è diventato un gioco truccato, in cui chi parte avvantaggiato diventa sempre più ricco, mentre gli altri sprofondano.
Conclusione
La critica al progetto dell’euro non è un capriccio: è una constatazione basata su numeri e fatti.
L’euro ha creato squilibri permanenti, arricchendo la Germania e impoverendo l’Italia.
L’accordo USA-UE sui dazi ne è un’ulteriore conferma: l’Europa appare unita solo sulla carta, ma nei fatti manca un vero equilibrio interno.
Se non si avrà il coraggio di riformare radicalmente l’eurozona, l’Italia rischia di rimanere prigioniera di un sistema che lavora contro i suoi interessi.