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La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, spesso presentata come un semplice adeguamento tecnico, nasconde in realtà implicazioni gravi e potenzialmente dannose per l’Italia. Ratificare questa riforma significherebbe accettare non solo le modifiche proposte oggi, ma anche l’intero impianto del trattato originario del 2012, approvato dal Parlamento italiano in modo affrettato durante il governo Monti, in un momento di forte pressione politica. Quelle norme, molte delle quali sono passate inosservate, tornerebbero pienamente in vigore con effetti vincolanti.
Il MES è nato sulla scia della crisi del debito europeo e si è fatto conoscere come lo strumento che ha accompagnato la dura stagione dell’austerità in Grecia. Alla base del suo funzionamento vi è una logica di divisione tra paesi virtuosi e paesi a rischio. L’Italia, per via della sua situazione economica e del suo debito pubblico, viene sistematicamente collocata tra i secondi, con conseguenze che si ripercuotono sia sulla nostra autonomia politica sia sulla percezione dei mercati.
La riforma peggiora ulteriormente la natura già problematica di questo strumento. Tra le sue novità più rilevanti vi è la possibilità per il MES di intervenire nei salvataggi bancari. Tuttavia, prima che ciò avvenga, il sistema prevede l’applicazione del cosiddetto bail-in, ossia l’obbligo per azionisti e obbligazionisti di assorbire le perdite. Di fatto, i risparmiatori sarebbero i primi a pagare. Inoltre, l’intervento del MES non sarebbe facoltativo: se una banca tedesca o francese di dimensioni rilevanti fosse in difficoltà, l’Italia sarebbe chiamata a contribuire con i propri fondi, anche contro la propria volontà.
Un altro punto critico riguarda la gestione del debito sovrano. Il nuovo trattato prevede esplicitamente che, in caso di assistenza da parte del MES, possa essere imposto un taglio del valore dei titoli di Stato. Ciò significherebbe colpire direttamente anche i piccoli risparmiatori italiani che detengono Buoni del Tesoro. A rendere questo scenario ancora più concreto, vi è l’obbligo di inserire nei nuovi titoli di Stato delle clausole di azione collettiva, chiamate CACs, che permettono una ristrutturazione del debito più rapida e meno contrastabile dai creditori.
L’impatto della riforma si estenderebbe anche al ruolo della Banca Centrale Europea. In caso di crisi finanziaria, come quella affrontata durante la pandemia, la BCE potrebbe decidere di non intervenire più direttamente per sostenere i mercati, lasciando spazio esclusivamente all’azione del MES. Ma a differenza della BCE, il MES non offre strumenti di sostegno incondizionato. Al contrario, interviene solo con condizioni rigide e negoziate politicamente.
La riforma attribuisce al MES un potere ulteriore: quello di giudicare se il debito pubblico di un paese è sostenibile. Questa valutazione non è neutrale e potrebbe, da sola, scatenare una crisi di fiducia sui mercati. Una dichiarazione negativa sulla sostenibilità del debito italiano potrebbe bastare a far precipitare la situazione, senza alcuna possibilità di contraddittorio o verifica indipendente.
A tutto questo si aggiunge una questione istituzionale e democratica di grande rilievo. I dirigenti del MES godono di uno statuto di immunità totale. Nessuna autorità giudiziaria può perseguirli per le loro decisioni, nessuno può entrare nei loro uffici, le loro comunicazioni sono protette, i loro stipendi non sono tassabili. Il direttore generale del MES, per esempio, potrebbe chiedere all’Italia di versare in tempi rapidissimi oltre 110 miliardi di euro. Eppure, nessuno avrebbe il potere di chiedergli conto delle sue decisioni.
Il meccanismo decisionale stesso è calibrato in modo da escludere l’Italia dalle decisioni chiave. Molte delibere importanti richiedono l’approvazione con una maggioranza dell’80 percento. L’Italia, che detiene solo il 17 percento delle quote, non ha diritto di veto. Al contrario, Germania e Francia, con rispettivamente il 27 e il 21 percento, possono bloccare qualsiasi scelta. Di fatto, l’Italia partecipa ai costi ma non ha un reale potere decisionale.
Infine, è falso sostenere che il trattato possa essere ratificato senza conseguenze pratiche. Una volta ratificata, la riforma entra in vigore e diventa immediatamente vincolante. Se l’Italia dovesse perdere l’accesso ai mercati, l’unica opzione percorribile sarebbe proprio quella di accedere al MES, con tutte le sue condizioni già attive e operative.
Alla luce di tutto ciò, la ratifica della riforma del MES non è un passaggio neutrale né una formalità tecnica. Si tratta di una decisione politica sostanziale che comporta la rinuncia a importanti strumenti di sovranità economica e la sottomissione a un organismo opaco, non democratico, privo di controlli e fortemente condizionato dai paesi più influenti dell’Unione Europea. L’Italia non ha nulla da guadagnare da questo trattato, né nella versione attuale né nella sua riforma. Ratificarlo sarebbe un errore gravissimo.
